sabato 18 aprile 2009

RICORDO/ Wojtyla e Don Giussani, un'esperienza concreta della Pasqua


venerdì 17 aprile 2009

In questo impressionante momento di commozione collettiva che sta portando milioni di pellegrini a Roma per l’ultimo saluto ad uno dei più grandi Pontefici della storia, verrebbe il desiderio di un maggiore silenzio di riflessione, o, in certi casi, di analisi più rispettose e meditate.

Reagisco quindi a titolo del tutto personale ad una incredibile domanda che Bruno Vespa, durante un recente trasmissione di Porta a Porta, ha rivolto a Don Julian Carron, successore di Don Giussani alla guida del movimento di Comunione e Liberazione. In sostanza, Vespa ha detto: “Ora che è scomparso questo Papa, che ha dato così tanto sostegno e forza a Comunione e Liberazione, non è che per voi adesso la ricreazione è finita?”.

 

Un po’ per la difficoltà della lingua e molto per la sua dignitosa classe, Don Carron ha risposto brevemente e semplicemente con una frase che cito a memoria “Noi siamo figli, e quindi seguiremo ciò che la provvidenza vorrà.”

 

Sono stato allievo e amico personale di Don Giussani, negli anni 70 e 80 ho avuto da lui la responsabilità di coltivare e coordinare le vocazioni nel campo dell’arte, del giornalismo e dello spettacolo del Movimento. L’ho sempre fatto con grande passione e cercando sempre di evitare commistioni improprie tra questo impegno privato e le mie crescenti responsabilità in campo professionale e istituzionale. Mi viene però spontaneo, di fronte a questa improponibile domanda, provare a tracciare pubblicamente un parallelo tra due grandi della Chiesa scomparsi a neanche un mese di distanza: Karol Wojtyla e Don Giussani. Perché proprio grazie alla frequentazione con Don Giussani (insieme abbiamo viaggiato per migliaia di chilometri, incontrando Papi, Cardinali, Vescovi, Ministri, Statisti, gente comune) ho avuto anche occasione di incontrare molte volte Papa Wojtyla. Ho così potuto vedere e percepire di persona perché Giovanni Paolo II apprezzasse così tanto il carisma di Don Giussani e di CL. Carisma che aveva già avuto modo di conoscere in Polonia, grazie all’attività missionaria di Don Francesco Ricci, e degli abituali pellegrinaggi che il Movimento aveva cominciato da molto tempo a fare ogni anno al santuario di Ckhestokova.

 

Se vogliamo distinguere da quella che certamente in queste ore può costituire anche una forma di mitizzazione alla John Lennon (tipo papa-boys, per intenderci) la TV in cerca di sensazione non è mai stata capace di raccontare i giorni e giorni che le migliaia di pellegrini passano ogni anno - spesso nel fango e nella pioggia – per camminare cantando, pregando o stando in silenzio. Quando mio figlio ci andò, ricordo che ne tornò profondamente cambiato. Così oggi questa TV fatica a capire il senso di questo immenso pellegrinaggio. Come anche un mese fa restò stupita ed incredula di fronte agli oltre 40.000 sotto la pioggia ai funerali del “Gius”. E’ stata proprio in quell’occasione che con appassionata lucidità, il Cardinale Ratzinger, inviato proprio dal Papa, ha fornito la chiave della profonda stima di Wojtyla per CL. “Don Giussani aveva capito – ha detto dal pulpito del Duomo di Milano il Decano del Collegio Cardinalizio – che il Cristianesimo non è una somma di norme da seguire, ma un’esperienza da vivere in ogni circostanza”. Esattamente il concetto wojtyliano di “Aprite le porte a Cristo, non abbiate paura”. “L’esperienza cristiana è come il vino – soleva ripetere Don Giussani – se non lo provi non lo puoi giudicare”. Ben sapendo che se questo avveniva in una comunità alla sincera ricerca nel tentare di capire perché siamo al mondo, l’esperienza non poteva che dilagare, riempiendo di senso il cuore e la vita delle persone.

 

Ricordo che una volta, neanche un anno dopo l’ascesa di Giovanni Paolo II al Soglio Pontificio, in uno dei tanti lunghi viaggi in macchina verso Roma per una udienza, Don Giussani mi disse “Se le forze negative che albergano fortemente nella Chiesa non glielo impediranno (forse alludeva a quella sporcizia di cui ha parlato Ratzinger proprio durante la Via Crucis Pasquale) questo Papa diventerà un altro Gregorio Magno. Per quanto mi riguarda ne sono sicuro”. E alludeva anche alle grandi riforme proprio nel campo della musica, settore del quale allora mi occupavo direttamente, insieme al teatro, alla scuola di giornalismo radiofonico e tante altre cose. Un altro particolare ricordo cui sono molto affezionato è quando portammo a Castelgandolfo. L’Interrogatorio a Maria di Giovanni Testori. Il cerimoniale chiamò il “Gius” e me per andare ad accompagnare il Papa nell’attraversare i giardini fino al luogo della rappresentazione. Poiché io non avevo la cravatta, il Gius con benevolo rimprovero mi tratteneva per la giacca, mandando avanti per stare vicino al Papa Don Ricci, Don Camisasca, Don Tantardini. Ma il Papa prima della rappresentazione voleva saperne di più, e fu così che giocoforza mi inginocchiai appoggiando sul Suo grembo il librone che avevo preparato con l’illustrazione di tutte le attività artistiche del Movimento. E mi tenne lì venti minuti appoggiato alle Sue ginocchia mentre Lui sulla sua sedia di vimini voltava con estrema attenzione le pagine e mi domandava cos’era la Cooperativa dell’Ippopotamo, l’Officina Creativa, il Cimm del maestro Molino, i dettagli dell’incontro con Testori e del tour italiano dell’Interrogatorio a Maria.

 

Con molta commozione, molti anni dopo, lo ri-incontrai nell’udienza privata che volle dare al CdA Rai presieduto da Zaccaria di cui io facevo parte. Era già molto sofferente, ma assai vigile quando voleva. Così alla fine dell’incontro che si era svolto intorno ad un tavolo, mi avvicinai a Lui e gli mostrai un libretto che avevamo realizzato per celebrare l’incontro di Castelgandolfo, dove ovviamente c’era la foto di un giovanotto praticamente sprofondato tra le Sue ginocchia… Mi guardò più volte, guardò la foto, poi fece un largo sorriso, per quello che gli permetteva il Parkinson incipiente, e mi disse “ah, Castelgandolfo, ricordo benissimo…certo che…tempus fugit…bene, vedo che ha continuato e ora è in luogo così importante per la verità…continui ancora così, mi raccomando…e mi saluti tantissimo Don Giussani”. Quel Giussani che mi ripeteva sempre che “Il bello è lo splendore del vero”, e per questo dava tanta importanza allo studio musicale nei cori, alla creazione teatrale, alla musica.

 

Molte delle migliaia di chilometri che abbiamo percorso assieme li abbiamo fatti ascoltando musica classica, commentandola, scegliendola. Ora, quasi tutti quei brani sono raccolti nella collana della Deustche Grammophon “Spirto Gentil”. Da quella sua particolare attenzione alla manifestazione della bellezza è nata quella forte tensione allo studio della storia dell’arte nel Movimento, alla creazione di ogni genere di manifestazione artistica, che sempre hanno trovato il culmine al Meeting di Rimini. Ricordo la gioia di Giussani quando il Papa nell’82 andò al meeting e fece poi anche un incontro in Diocesi. Aveva visto le mostre, aveva visto la passione, la dedizione e lo studio di questi giovani che non era dei semplici papa-boys, ma erano il nucleo di una futura classe dirigente, nel senso di una classe con alle spalle studi e passioni solidamente ancorati alla tradizione cristiana capace di costruire cattedrali. Così come per Wojtyla, anche per Giussani la carità era sinonimo di bello.

 

Ricordo che di fronte ad una famiglia che aveva avuto il coraggio di adottare cinque figli o alla presentazione di iniziative allora sul nascere come il Banco Alimentare o l’Avsi o le iniziative missionarie di Don Ricci o Padre Scalfi, l’espressione da lui più usata era “Che spettacolo!”. Perché lo stupore di fronte a quanto di bello può fare l’animo umano grazie a quello “spalancare le porte a Cristo” era per lui come per il Papa lo spettacolo della vita.

 

Per questo patì moltissimo quella vigliacca insinuazione dei finanziamenti da parte della Cia negli anni 70’: grandi titoli sui giornali, smentite di qualche riga anni dopo, quando si accertò che non c’era nulla di vero. Come tutti i profeti (mi assumo la responsabilità di definire tale Don Giussani) che nascono ogni trecento anni, il Gius conosceva benissimo il valore dell’esperienza che stava riuscendo a diffondere nel mondo.

 

Un ultimo ricordo: sempre in uno dei nostri viaggi verso la capitale, mi raccontava con una sorta di tenera ma solida soddisfazione una frase di Paolo VI che finalmente aveva smesso di dare ascolto ai vescovi critici nei confronti del Movimento: “Vedete, ho capito che i ragazzi di Don Giussani sono come l’acqua. Tu la fermi da una parte, e questa rifluisce dall’altra. E’ meglio lasciarli andare…lo spirito soffia dove vuole.”. Era contento, ma mai sazio di testimoniare, costruire, incitare. Non gli ho mai visto sul volto un attimo di superbia, via via che con Paolo VI e poi Papa Lucani, e poi con Giovanni Paolo II il suo carisma veniva sempre più riconosciuto. Basta guardare questa foto per capire il suo spirito, per capire cosa voleva dire Carron con quel “noi siamo figli”.

 

E per capire quanto Giovanni Paolo II fosse “padre”. Ho riflettuto a lungo in questi giorni su tutto questo. Ho riflettuto su tutti i volti che ho incontrato insieme al “Gius”, ai volti di quelli che il Papa ha riconosciuto come suoi figli per l’impegno nel sociale, nella missione, nell’arte, nella comunicazione. Gente che ha costruito cattedrali e capanne, cooperative per disabili, scuole, asili, ospedali, e sono centinaia di migliaia in Italia come nei villaggi russi e africani, nelle favelas brasiliane, nelle metropoli americane: in ottanta paesi del mondo. Gente che ama, soffre, suda, ma canta anche e si diverte pure.

 

Perché, come diceva Santa Teresa di Lisieux – un’ altra frase che mi diceva sempre il Gius – “un vero sacrificio non costa sacrificio”. Tutto questo dovrebbe miseramente terminare con la “fine della ricreazione” come ha così incredibilmente domandato Bruno Vespa? Mi auguro di no, anzi ne sono più che certo. Ho rivisto il Papa a novembre, in occasione dell’evento creato da Andrea Andermann cui ho cercato di dare, per quanto ho potuto, una mano: l’Armata Russa in Vaticano. E Giovanni Paolo II, che non ha potuto coronare il suo sogno di un viaggio in Russia, lo ha potuto fare grazie al coro dei cosacchi, che sono venuti a cantare da lui invece di abbeverare i loro cavalli…In quell’occasione, come avrebbe fatto il “Gius”, il Papa ha voluto controllare e correggere di persona persino il programma di sala. L’ultima volta che ho rivisto Don Giussani da vivo è stato nel 2000, a pranzo da lui nella casa dei Memores Domini. Voleva un resoconto della mia esperienza di consigliere Rai.

 

Mi ha ricevuto insieme alla mia piccola famiglia in un salottino, con un disco di Beethoven sul giradischi e un divertito sguardo di intesa, a ricordo dei nostri antichi e prolungati ascolti musicali. Lottando anche lui con il Parkinson, ripetendo – ma sorridente, quasi a scusarsi per qualche difficoltà di parola, che “senectus ipsa morbus est”, ci tenne in quattro e quattr’otto una lezione sul fatto che l’inferno c’è, ma è vuoto, grazie alla grande misericordia di Dio. A pranzo guardava mio figlio ventenne, assai studioso all’università e cresciuto sinceramente nella fede in Dio, e ricordando di aver celebrato il mio matrimonio, e ben dieci anni dopo, di averlo battezzato e tenuto in braccio appena nato, esclamò ancora una volta: “Che spettacolo”.

 

(Pubblicato su Il Tempo, febbraio 2005)

venerdì 19 dicembre 2008

Volantone di Natale 2008

Egli si è mostrato. Egli personalmente. 
E adesso è aperta la via verso di Lui. 
La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: 
Egli si è mostrato.Ma questo non è un fatto cieco,ma un fatto che,esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv1,14)… 
Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo;occorre l’umiltà dell’uomo che
risponde all’umilta di Dio. 
Benedetto XVI

L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, disperanza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela,diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa . L’incontro, l’impatto,è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo , non ce lo saremmo mai sognato,era impossibile, non è reperibile altrove.
Luigi Giussani


martedì 18 novembre 2008

Mons. Luigi Giussani (Raccolta Video)









mercoledì 12 novembre 2008

Dante c'entra con la vita

Direi che è particolarmente significativa l'inziativa dei Centri Culturali "Carpe Diem" e "Il Portico di Salomone" di Paderno Dugnano che hanno organizzato una serata al cinema Le Giraffe.
Relatore sarà Franco Nembrini che presenterà alcuni canti della Divina Commedia e il loro nesso con la sua esperienza di vita.

Questa testimonianza può diventare una importante occasione di crescita per noi e per le realtà che ci circondano, soprattutto quella locale: per questo vi invitiamo a diffondere l'evento coinvolgendo amici e conoscenti.
Riferimenti organizzativi li trovate nel volantino allegato, trovate anche l'invito.

Grazie per il vostro contributo alla diffusione dell'evento.

venerdì 15 agosto 2008

Meeting di Rimini - O protagonisti o nessuno

Domenica 24 agosto 2008 - sabato 30 agosto 2008 si apre la ventinovesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli intitolata O protagonisti o nessuno vuole riflettere sul concetto di persona. La parola protagonista, che è una accezione positiva del concetto di persona, è molto usata nella nostra società; per questo motivo dobbiamo tenere nella giusta considerazione il contesto storico in cui viviamo.

Se ci domandassimo infatti chi è il protagonista oggi, per la mentalità comune, dovremmo necessariamente rispondere che stiamo parlando di un soggetto il cui scopo principale nella vita è il successo. Senza di esso ci si ritrova privati di una identità precisa, o meglio di quella possibilità di essere riconosciuti che, in qualche modo, sembra dare l’illusione di ‘esserci’ per davvero. Si tratta in altre parole di una omologazione che obbliga a seguire in tutto e per tutto le direttive della moda dominante: senza essere socialmente riconoscibili, del resto, oggi giorno non si esiste. Ma che tipo di uomo è quello che insegue a tutti i costi ciò che lo fa distinguere dagli altri? È il divo, ovvero l’uomo che si erge a Dio. Quest’ uomo, nel tentativo di essere libero, vuole possedere la realtà in assoluta autonomia; si ritrova invece schiavo delle circostanze, delle cose e, ovviamente, della riuscita. Tagliato il rapporto con la realtà, prigioniero dell’esito, l’uomo rimane in una condizione di passività umana che lo costringe ad esprimersi in un triste e vuoto formalismo .Ma un uomo che conta solo sulle sue forze è destinato, prima o poi, a fallire. L’esito inevitabile di questo processo è lo scetticismo e il cinismo.

Che cosa invece è più forte della riuscita, meno effimero del successo? Afferma don Luigi Giussani: “protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”. Il vero protagonista è infatti l’uomo stupito che fa la scoperta commovente -che scaturisce sempre da un preciso incontro con la realtà- di avere un volto unico e irripetibile. Un uomo libero: libero perché, quasi per una sorta di paradosso, è consapevole di essere legato all’origine della vita stessa, a quel disegno misterioso da cui intuisce che ogni cosa dipende. Un uomo religioso: capace di rapportarsi con la realtà tutta e che, ammettendo la categoria della possibilità, è disponibile ad una possibile rivelazione. Un uomo irriducibile: che non può accontentarsi di nessuna riduzione ideologica, né biologica né storicistica. Un uomo che conosce perché ama: abbracciando le persone e le circostanze della vita, quelle felici e quelle dolorose, vuole giudicare tutto nella continua ricerca del significato ultimo per cui la realtà è fatta.

Documenteremo con incontri, dibattiti, testimonianze, mostre e spettacoli, la dimensione di questo tipo di uomo che è l’unica e possibile rivoluzione per il nostro tempo.
www.meetingrimini.org

lunedì 14 luglio 2008

Testimoni della verità nell’Italia in guerra


La mostra “Testimoni della verità nell’Italia in guerra”, in programma al Meeting di Rimini 2007, intende far conoscere alcuni aspetti della Resistenza e del ritorno alla democrazia nel nostro Paese, al termine della seconda guerra mondiale, superando le letture ideologiche, i miti e le censure con cui questi eventi vengono di solito presentati. In particolare si vuole mettere in luce il contributo originale dato dai partigiani cattolici alla liberazione con la pratica della “Resistenza carità”, cioè un modo nuovo e più umano di vivere questo drammatico momento storico, a partire da luoghi di amicizia tra laici e consacrati, opponendosi a ogni ingiustizia, affermando la libertà come diritto di ogni uomo, riconoscendo la dignità di persona anche agli avversari.

A fianco della componente cattolica si trovano in questo cammino altre componenti ideali del nostro Paese: quella legittimista, quella liberale, quella socialista, quella comunista. In quest’ultima, però, si afferma l’idea della “Resistenza rivoluzione”. La Resistenza cioè vissuta come inizio di un progetto ideologico e violento che considera chiunque si opponga all’ideologia solo come un nemico da abbattere, in nome di una società futura e perfetta da costruire.

Proprio la componente comunista, diventata culturalmente dominante nel dopoguerra, finisce per affermare, attraverso la censura degli episodi scomodi e la mitizzazione di un’unità ideale dell’antifascismo, l’idea di una Resistenza solo o quasi esclusivamente rossa. Una visione che non regge più alla prova dei fatti, rischiando di travolgere, nel suo disfarsi, anche il grande valore ideale vissuto in quel periodo dai tanti che, in vario modo, hanno partecipato al movimento della Resistenza.

La mostra si svolge attraverso tre sezioni percorrendo le quali il visitatore è aiutato ad addentrarsi sempre più, dal generale al particolare, negli eventi di quel periodo, sino all’incontro diretto con un protagonista. Un giovane martire la cui vicenda personale sintetizza i valori ideali, la violenza subita dall’ideologia e il destino di verità cui ogni uomo è chiamato.

Nella prima parte della mostra si disegna il quadro d’insieme. Si racconta, a partire dal luglio 1943, il dramma vissuto dal popolo italiano in un Paese dilaniato dalla guerra civile e diviso tra alleati e occupanti nazisti; si delineano le origini della Resistenza; se ne presentano le componenti ideali; si approfondisce il contributo originale dato dai partigiani cattolici. Si spiegano poi le ragioni del protrarsi delle violenze, motivate dall’ideologia comunista, anche a guerra finita; si parla della censura praticata su questi fatti; se ne capiscono gli effetti sull’educazione delle giovani generazioni.

Nella seconda parte si entra nel vivo di un territorio particolarmente significativo, perché collocato al centro del cosiddetto “triangolo della morte”, dove valori ideali e violenza ideologica si sono manifestati in modo più intenso. Attraverso le parole, le testimonianze, le lettere, i documenti dei protagonisti, si rivive il nascere della Resistenza cattolica a Reggio Emilia, il suo modo di operare e di rapportarsi con il popolo, il confronto con visioni contrastanti. Nel racconto della loro amicizia tornano a vivere grandi figure dimenticate come Don Pasquino Borghi, oppure Pasquale Marconi, comandante partigiano, padre di dieci figli, medico che rischiò la vita per curare anche gli avversari feriti.

Nella terza parte il visitatore è guidato all’incontro con Rolando Rivi, seminarista quattordicenne di San Valentino (RE), amico delle Fiamme Verdi, ucciso dai partigiani comunisti per la sola colpa di vivere con gusto la propria identità, di voler portare l’abito talare, di guidare gli altri giovani alle idee cristiane. A 60 anni di distanza, però, la brutale violenza dell’ideologia, che tentò di cancellare Rolando Rivi, “domani un prete di meno”, viene contraddetta dal fiorire di grazie per l’intercessione del seminarista martire, dal nascere di vocazioni per il suo esempio, dall’aggregarsi di un popolo attorno alla sua figura, mentre per Rolando è in corso il processo di beatificazione.

domenica 19 agosto 2007 - sabato 25 agosto 2007
Rimini Fiera - Pad A7

IL PORTICO DI SALOMONE

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